German Circus Replaces Live Animals With Cruelty-Free Holograms

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Circus Roncalli in Germany recently unveiled a stunning and innovative act featuring computer-generated holograms of wild animals. The act — brought to life by projectors, lasers and lenses — is not only enchanting to watch, but also completely cruelty-free.

Circuses have been entertaining people throughout the world for centuries, but they’ve recently come under scrutiny for their treatment of the animals used in their shows. The failure of the circus industry to effectively address these concerns has resulted in dwindling ticket sales.

Circus acts commonly feature wild animals, including elephants, tigers and camels. While in the wild, these species traverse vast ecosystems where they can express their natural behaviors. But in the circus, they are forced to live in captivity and be carted from show to show.

According to PAWS, circus animals spend almost 96 percent of their lives in chains or cages. Many animals have minimal stimulation. And highly social species, such as elephants, may be isolated from conspecifics. This deprivation can have serious deleterious effects on the mental well-being of animals, who often display signs of distress while in the circus.

When the animals are performing, they may be forced to do demeaning tricks that treat these majestic species as props for human entertainment. The tricks, such as having elephants perform handstands, are far outside the animals’ normal behavior.

To get the animals to complete these tricks, cruel training tools — such using bullhooks, whips and rods — may be used. Undercover investigations have revealed instances of circus staff repeatedly hitting elephants, as well as whipping a tiger 31 times in less than two minutes.

In recent years, public sentiment has shifted as more people have become aware of the cruelty circus animals endure. A 2019 poll found only 30% of people believe circus animals are treated well, and over 50% support the prohibition of wild animals in circuses.

Bans on circus animals have been popping up in the United States at the local and state levels. In 2018, New Jersey became the first state to ban the use of wild animals in traveling acts. At the city level, both Los Angeles and New York City have also banned using wild animals in circuses.

The circus industry has been slow to adapt to concerns over animal welfare. Ringling Bros. closed down in 2017 due to declining ticket sales — likely a result of changing attitudes toward circus animals. Although Ringling Bros. stopped using elephants in its performances the previous year, the change was too small to salvage the company’s reputation.

The recent hologram animal act at Circus Roncalli illustrates how the industry can use ingenuity to keep the spirit of the circus alive without sacrificing animal welfare. Other circuses should follow suit. And soon they may need to if the Traveling Exotic Animal and Public Safety Protection Act — which would ban the use of wild animals in traveling acts — becomes law.

The circus is beloved throughout the world for its awe-inspiring acts showcasing people with incredible talents — from the tightrope walkers to the jugglers and trapeze artists. But if the industry does not evolve past animal cruelty, the shows may soon be closing their door.

Main image credit: sArhange1/Getty Images

Vegea, la startup che trasforma gli scarti del vino in tessuti

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Arrivano dalle startup le idee che fanno bene all’ambiente. Ne è un esempio Vegea la startup italiana vincitrice del contest Chivas 2019. Vegea sviluppa ed ingegnerizza tecnologie e processi basati sull’ utilizzo di biomasse. In particolare valorizza gli scarti dell’agroindustria – e soprattutto gli scarti del vino – incentivando l’utilizzo di risorse rinnovabili, in alternativa alle risorse fossili.

Il tessuto che nasce dagli scarti del vino

Il suo progetto Vegea Textile in particolare si focalizza sulla produzione di tessuti tecnici bio-based derivanti da materie prime vegetali e residui dell’industria vitivinicola. La vinaccia, una materia prima 100% vegetale composta dalle bucce, i semi e i raspi del grappolo d’uva da vino che rimangono dopo la produzione del vino, diventa la materia prima per un tessuto ‘vegano’, Un materiale a basso impatto e cruelty-free per il settore della moda, dell’arredamento e dell’automotive.

La startup sfruttando gli scarti del vino fornisce così una risposta anche alle criticità del settore moda che ha un impatto ambientale molto forte. La sola produzione di tessuti sintetici utilizza a livello globale oltre 100 milioni di tonnellate di oli. I tessuti Vegea riducono il consumo di questi oli e di C02, per proteggere l’ambiente e combattere il Global Warming.

La startup trentina si è recentemente classificata (unica italiana) tra le cinque finaliste del contest Chivas 2019. Il contest giunto alla quinta edizione premia l’innovazione e le soluzioni sostenibili in diversi settori di business, con l’obiettivo di creare un impatto positivo sia sull’ambiente sia sulla società.

 

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Il nostro messaggio di Pasqua: salvarli tutti!

Ogni anno con la Pasqua arriva anche un triste destino per centinaia di migliaia di agnelli.

Purtroppo la tradizione vuole che questo animale sia considerato un piatto forte sulle tavole degli italiani.

In questi anni per sensibilizzare le persone e far diminuire questo consumo abbiamo realizzato molte iniziative e persino 3 diverse indagini dentro i macelli di agnelli.

Quest’anno invece abbiamo pubblicato un nuovo terribile video con immagini che ci sono state date direttamente da un ex lavoratore di un macello. Si tratta di agnelloni, con qualche settimana in più degli agnelli, ma ben poco cambia nelle loro sofferenze.

Il video è molto forte, per questo lo abbiamo parzialmente oscurato e non te lo mettiamo visibile qui nella mail. Lo trovi a questo link, se vuoi condividerlo o farlo vedere a persone che hanno bisogno di vedere e conoscere.

Qualcosa sta già cambiando

I dati parlano chiaro: il consumo di agnello per Pasqua è in calo continuo, anno dopo anno.

Sempre più persone provano empatia per questi piccoli cuccioli e stanno facendo la loro parte.

Dal 2008 al 2018 gli agnelli macellati in Italia in un anno sono passati da quasi 5 milioni a poco più di 2 milioni.
Un calo del 45% in meno in 10 anni!

Oggi si stima inoltre che per Pasqua ben 7 famiglie italiane su 10 non portano più l’agnello a tavola.

Patrizia questo vuol dire che le persone sono molto più consapevoli e il messaggio sta passando: le tradizioni si possono cambiare.

Scegli il tuo menù veg per queste feste!

Per stare in compagnia, mangiare bene e festeggiare, non c’è bisogno di avere carne di agnello o altri animali sul piatto… bastano solo la fantasia e la voglia di sperimentare tra i colori e i profumi della primavera!

Se hai bisogno di alcuni consigli e di scoprire nuove idee, abbiamo riassunto per te due possibili menù di Pasqua in questa pagina.

Scopri due menù per la tua Pasqua
Patrizia gli animali negli allevamenti destinati alla produzione di carne, latte e uova sono quelli più sfruttati, uccisi in numero maggiore e meno tutelati.

Ma un crescente numero di persone si sta interessando anche di loro, si sta informando e sta cambiando le proprie abitudini, prendendo parte a un cambiamento che è forse lento, ma che sarà inarrestabile.

E tra le persone che stanno creando un futuro migliore ci sei anche tu.

Grazie per essere dalla loro parte!
Il team di Essere Animali

Il Sole 24 ore #NOFUR

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https://www.ilsole24ore.com/art/moda/2019-03-25/pellicce-si-allunga-lista-marchi-fur-free-ma-animalisti-chiedono-divieto-allevamenti-160038.shtml?uuid=ABFpxjhB
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Pellicce, si allunga la lista dei marchi «fur free» ma gli animalisti chiedono il divieto degli allevamenti

 Giulia Crivelli

La fama mondiale raggiunta da Greta Thunberg è legata, a un primo sguardo, al problema del cambiamento climatico e al pericolo che il nostro pianeta sta correndo, un pericolo di cui la classe politica di tutto il globo non si rende conto o sceglie di ignorare, denuncia da mesi Greta. Le cause del problema vengono da lontano, le responsabilità sono legate alle generazioni (non solo politiche) precedenti e richiedono soluzioni altrettanto complicate dal punto di vista temporale.

  • Interventi urgenti – secondo quanto sostiene Greta, attivista svedese di 16 anni – che i politici non vogliono fare, perché richiederebbero misure impopolari e che darebbero frutti solo a medio e lungo termine. Il contrario in altre parole del ragionamento della maggior parte dei politici, che purtroppo, a differenza degli statisti, hanno una visione a breve, un orizzonte che contempla, spesso, solo le elezioni più vicine. Greta ha iniziato saltando la scuola ogni venerdì per sedersi davanti al Parlamento di Stoccolma. I “Fridays for future”, complice uno strumento che gli attivisti “no global” di fine anni 90-inizio anni 2000 non avevano, internet e i social media, dalla Svezia sono stati realizzati in moltissimi altri Paesi. È così che si è arrivati allo “sciopero degli studenti” del 15 marzo, al quale hanno partecipato ragazze e ragazzi di tutto il mondo, Italia compresa.

Greta e lo spirito del tempo
I più superficiali e a tratti cinici e meschini critici di Greta, l’hanno bollata come una fanatica che sbaglia: benché la maggior parte degli scienziati sostenga la veridicità del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici potenzialmente catastrofici per il nostro pianeta, c’è anche chi nega tutto questo. Ma forse è sbagliato il punto di partenza: la protesta di Greta e l’eco che ha avuto dimostrano il risveglio di una coscienza ambientale nei giovani. O meglio: dimostrano che i giovani e giovanissimi sono nati con una coscienza ambientale che le altre generazioni non hanno mai avuto o non hanno più. Erano gli anni 90 quando il Wwf sceglieva, tra i suoi tanti slogan: Take care of the planet. It’s the only one we have (Prendetevi, prendiamoci, cura del pianeta. È l’unico che abbiamo). Ora impazza There’s no planet B, sfruttando la diffusione del termine “plan B” (“piano B”) che sempre più occidentali vorrebbero avere per cambiare le rispettive vite, schiacciate da ritmi di lavoro stressanti, per i più svariati motivi. Ma la sostanza è la stessa, con un aggravante, forse, oggi: non si tratta solo di avere cura del pianeta per le generazioni future (chi non avesse figli potrebbe cinicamente dire che il benessere del pianeta nei secoli a venire non è affar suo). Le conseguenze dei cambiamenti le stiamo già subendo, tutti,a ogni latitudine. Secondo molti studiosi, al pare di guerre e povertà, i cambiamenti climatici alimenteranno con sempre maggior intensità i flussi migratori. Stagioni impazzite, siccità improvvise, inondazioni impreviste e imprevedibili. E poi i dati sulla sparizione delle specie, sulla fine della biodiversità, i bollettini di guerra su animali – e soprattutto piante – estinti per sempre. Ai quali si aggiungono le cronache ormai quotidiane sulle condizioni di vita degli animali, in particolare marini. Nell’ultimo mese sono state trovate decine di balene o altri grande cetacei uccisi dalla plastica che avevano ingerito.

Il tema del welfare animale
Non si possono combattere tante battaglie complesse contemporaneamente: Greta ha scelto il clima e chi scrive pensa che questa ragazzina svedese sia una persona intelligente, coraggiosa e visionaria. Una candidata perfetta per un Nobel che non c’è, allo stato delle cose, per esseri umani come Greta. Ma ci sono tante altre battaglie da combattere, sempre legate al tema del pianeta e delle creature con le quali lo dividiamo. Una di queste riguarda i diritti degli animali, spesso ignorati o in gran parte violati per ragioni economiche o di scelte di vita fatte da noi esseri umani. Abbiamo impostato i rapporti con gli animali in una logica di asservimento ai nostri bisogni, alimentari e non solo. Secondo molti è ora di uscire da questa logica. È il caso di chi chiede l’abolizione dell’utilizzo di pelli e pellicce animali per l’indusitra del tessile-abbigliamento-accessori. Un tema destinato a tornare d’attualità con la messa in onda dell’inchiesta di Report sugli allevamenti.

I pionieri e i “followers”
Ci sono stiliste e aziende che hanno fatto della “sostenibilità animale”, potremmo dire, una caratteristica fondante dei rispettivi marchi. Come Stella McCartney, designer, vegana, ambientalista: non ha mai utilizzato, per le sue collezioni di borse, scarpe, capi di abbigliamento, materiali di origine animale. Molta eco ebbe la campagna della stilista a fianco della Peta (People for the Ethical Treatment of Animals, organizzazione fondata nel 1980), lanciata in grande stile nel 2012 durante la settimana della moda di New York. Nonostante il consenso avuto da quella e altre iniziative e a dispetto delle proteste ricorrenti davanti a sfilate di marchi famosi per l’utilizzo di pellicce, dal 2012 la situazione generale non è molto cambiata. A Milano si ricordano anche i sit-in con lancio di uova davanti alla Scala, per la prima della stagione operistica, il 7 dicembre, in pieno inverno, dove spesso le signore si presentano impellicciate. O forse sì, a guardar bene, qualcosa è cambiato: sono molti, anche famosi, i marchi che hanno annunciato di diventare fur free o che sono nati addirittura animal free, come Save the Duck in Italia. Sul sito della Lav (Lega italiana antivivisezione, nata nel 1977) e in particolare nella sezione Animal Free, c’è l’elenco completo dei marchi e delle aziende che hanno aderito agli appelli delle associazioni ambientaliste internazionali e il progetto Animal Free ha perfino istituito il “Rating Aff”, primo nel suo genere per la valutazione delle aziende basato sul non utilizzo di materiali di origine animale. Rinunciando all’uso di pelliccia, piume, seta e pelle, lana l’azienda raggiunge la corrispondente valutazione: V, VV, VVV, VVV+. Solo le aziende che hanno raggiunto almeno il livello “V” possono utilizzare il marchio Animal Free per singoli prodotti o linee di prodotto che sono comunque già totalmente privi di materiali di origine animale.

Si inizia dalle pellicce
Il primo passo verso un possibile scenario animal free, soprattutto per i grandi marchi, è comunque quello di scegliere una politica fur free. Lo hanno fatto, negli ultimi anni, Gucci, Armani (in questo caso la scelta, pionieristica nell’alto di gamma, risale addirittura al 2016), Versace, Hugo Boss, Burberry, Michael Kors, Furla, Diane von Furstenberg e altri operatori del settore moda, non necessariamente marchi, come il leader mondiale dell’e-commerce d’abbigliamento Ynap (Yoox Net-A-Porter-Group) e, da pochi mesi, la fashion week di Londra, anche se non è chiaro a che tipo di “obblighi” debbano sottostare i marchi inseriti nel calendario. Alla lista potrebbe presto aggiungersi Prada, che dal 2018 ha ridotto drasticamente l’utilizzo di pellicce per le collezioni, ma ancora non può definirsi fur free.

Lo chiede il mercato?
In un articolo pubblicato il 15 ottobre 2018 da Business of Fashion, sito di riferimento per l’industria della moda, si teorizzava il perché dell’inesorabilità del movimento fur free. L’articolo si intitolava Why Fashion’s Anti-Fur Movement Is Winning. Brands from Gucci to Michael Kors and DVF have recently stopped using fur, calculating that the goodwill generated with younger customers, and a reprieve from social media-amplified protests by animal-rights activists, is worth a few million dollars in lost sales. Secondo Bof alla base della decisione di marchi importanti (Gucci è tra i tre più grandi al mondo nel lusso) c’è la necessità di cogliere lo spirito e le esigenze dei consumatori più giovani che, come dicevamo parlando di Greta, hanno una coscienza “planetaria” sconosciuta a molti adulti. Come dato a sostegno, si ricorda il numero di likes (quasi 180mila) ricevuti in poche ore dal post di Instagram in cui l’account Gucci annunciava la scelta fur free.

La richiesta della Lav e la proposta di legge in Parlamento
La Lav commenta sempre con soddisfazione le decisioni fur free di singoli marchi, ma chiede un passo istituzionale, ricordando che sono già otto i Paesi dell’Unione Europea che hanno formalmente vietato l’allevamento di animali per la produzione di pellicce (Austria, Belgio, Croazia, Lussemburgo, Olanda, Repubblica Ceca, Slovenia, Regno Unito). A questi si aggiunge la Danimarca (che ha vietato per ora solo l’allevamento delle volpi), ma anche Bosnia, Macedonia, Serbia e persino la Norvegia (dal 2025). «Altri paesi come Germania, Svizzera, Spagna e Svezia hanno introdotto parametri gestionali e dimensionali minimi e che, per l’impossibilità di essere rispettati, stanno portando a una graduale fine di questa forma di allevamento», ricorda la Lav. In Italia c’è una proposta di legge della stessa Lav (già presentata alla Camera e al Senato), ma ferma da anni.

La situazione in Italia
Nel nostro Paese abbiamo un’industria conciaria e della pellicceria impegnata da molti anni per rispettare standard di trasparenza e, soprattutto, di rispetto del welfare degli animali. Nell’inchiesta di Report vengono denunciate situazione al limite o fuori da ogni legalità. Ma il tema resta e, come sempre in questi casi, va visto da molti punti di vista. Come quello di chi lavora in queste filiere e dell’associazione che le rappresenta a livello internazionale, International Fur Federation (Iff).

La posizione ufficiale
Dopo l’annuncio della scelta fur free da parte di Diane Von Furstenberg (ottobre 2018), scelta di peso perché la stilista è stata anche presidente della Camera della moda americana (Cfda), arrivò un commento abbastanza secco di Mark Oaten, ceo della Iff: «Diane von Furstenberg è una designer che ammiriamo enormemente. Eppure oggi, si è unita ai brand che stanno cedendo alle pressioni e alle intimidazioni di gruppi come la Pera. Le loro opinioni estremiste li portano a prendere decisioni discutibili. Hanno posto il veto sull’uso della sperimentazione degli animali, nonostante questa contribuisca alla ricerca contro l’Hiv e hanno paragonato in modo inappropriato l’industria alimentare dei polli all’olocausto ebraico. E’ largamente fuorviante, mal informato e obsoleto affermare che l’allevamento di pellicce sia al servizio della moda e dell’immagine. Dovrebbero invece essere più preoccupati per le pellicce finte, “sofisticate alternative” alla pelliccia naturale, fatte di plastica e materiali sintetici, non biodegradabili, contribuendo a fare dell’industria della moda il secondo settore più inquinante al mondo, dopo il petrolio, componente chiave nella produzione di pellicce finte. È tempo che i designer che aderiscono a questo “trend” comincino ad essere onesti con i loro consumatori e con i media. Bisogna mettere fine a queste ciniche strategie e riflettere sulla contraddizione dei designer che rinunciano alla pellicce ma continuano a lavorare con pelli di serpente e alligatore e con altri materiali di derivazione animale, che sono in realtà meno sostenibili della pelliccia. L’International Fur Federation supporta pellicce naturali e sostenibili aderendo ad un programma di trasparenza e tracciabilità. Iff lavora instancabilmente per continuare a rafforzare i regolamenti dell’intera filiera. Brand e designer dovrebbero rispettare la libertà di scelta dei loro clienti».

 

     

    Anche il Governo vuole vietare la triturazione di pulcini vivi

    Diritti TIO.CH

    Vietato uccidere!

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    L’attuale ordinanza lo permette. Ma se la velocità delle lame non è regolata correttamente, alcuni possono sopravvivere dopo aver subito gravi mutilazioni

    BERNA – La triturazione di pulcini vivi deve essere vietata in Svizzera. Il Consiglio federale sostiene una mozione in tal senso della Commissione della scienza, dell’educazione e della cultura del Nazionale. La sua risposta, pubblicata oggi sul sito del Parlamento, non contiene alcun commento.

    L’attuale ordinanza (articolo 178a capoverso 3) permette l’omogeneizzazione dei pulcini, o in altri termini la triturazione di quelli vivi. «Ma se la velocità delle lame non è regolata correttamente, alcuni possono sopravvivere dopo aver subito gravi mutilazioni», deplora la commissione.

    A suo avviso, tale ordinanza non rispetta l’obiettivo della legge sulla protezione degli animali, che è quello di tutelare la loro dignità e il loro benessere. «Ci si può inoltre chiedere se sia eticamente accettabile uccidere un pulcino soltanto perché è maschio e discende da galline ovaiole», scrive la commissione nel suo testo.

    World Cruelty-free

    Diritti riservati:

    http://www.chedonna.it/2019/02/19/marche-cruelty-free-no-test-animali/

     

    In Europa dal 2013 esiste una legge che proibisce il test di ingredienti cosmetici su animali. Prima dell’11 Marzo 2013 ogni ingrediente doveva essere testato su animali, ma i test dovevano essere eseguiti fuori dai confini dell’Unione Europea. Eppure esistono ancora marche di make-up che non rispettano (o almeno, non completamente) questa regola. Quali sono le case cosmetiche davvero cruelty-free? Lo vedremo tra poco. Intanto vi informiamo che esiste un simbolo apposito che certifica le marche cruelty-free(letteralmente “libere da crudeltà”): il marchio ha la forma di un coniglietto, ed è visibile sulle etichette di tutti quei prodotti che non hanno maltrattato animali durante la preparazione dei loro prodotti.

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