Smettiamola di mangiare carne: neanche quella artificiale salverà il pianeta

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Produciamo 50 miliardi di animali all’anno per fini alimentari. Con gravi problemi per l’ambiente. la bistecca in vitro potrebbe essere il futuro. Ma basterà?

DI LEONARDO CAFFO – febbraio 2018
Smettiamola di mangiare carne: neanche quella artificiale salverà il pianeta

Si fa presto, troppo presto ormai, a dire “carne”. Nel 1931, in un profetico articolo sul The Strand Magazine, Winston Churchill scrisse che prima o poi saremmo sfuggiti «all’assurdità di far crescere un pollo intero, solo per mangiarne il petto o l’ala, facendo crescere queste parti separatamente in un ambiente adatto». È questa la possibilità intrinseca offerta dalla carne artificiale o, come è meglio conosciuta, dalla carne in vitro: un prodotto di carne animale, dunque non qualcosa che imita la carne (come le bistecche di soia, per intenderci), ma che non è mai stato parte di un animale reale. Ci sono i tecnicismi realizzativi che sono importanti, tipo come si prelevino e nutrano le cellule muscolari che stanno alla base della coltura della carne, ma il punto più rilevante è cosa renda la carne sintetica così davvero interessante anche concettualmente.

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L’etica, prima di tutto, perché è un modo di affrontare l’ormai diffuso dilemma del mangiare o meno animali non in modo privativo, come fanno i vegetariani (non mangiare questo o quello), ma in modo “tecnologista” (mangia ancora questo ma fallo attraverso il processo X e non il processo Y); poi c’è l’ambiente, dato che Nato e Nasa hanno recentemente confermato che l’emissione di Co2 più lesiva per l’ambiente deriva dagli allevamenti intensivi che potremmo eliminare con un’ampia produzione di carne in vitro, e infine c’è l’economia, perché pare che la carne coltivata potrebbe diventare competitiva nei costi di produzione e vendita rispetto alla carne tradizionale nel giro di soli dieci anni. È detto da più parti, a titolo di esempio basti pensare alla straordinaria inchiesta di Martín Caparrós pubblicata da Einaudi nel 2015 con il titolo “La fame”, ma bisogna comunque ricordare che il modo con cui gestiremo il problema globale dell’alimentazione nei prossimi anni coinciderà, probabilmente, col più ampio problema dell’ecologia, del futuro di Homo Sapiens sul pianeta, e ancora più precisamente sul peso che le economie emergenti di India o Cina eserciteranno sommandosi a quelle occidentali nella produzione di alimenti che prima non erano nelle loro diete.

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Ciò che non si dice, ma che segue logicamente da quanto appena detto, è il problema più grande nella gestione delle risorse future riguarda quanto saremo in grado o di cambiare radicalmente alimentazione e meccanismi di produzione conseguenti o continuare ad alimentarci come prima modificando invece le tecnologie realizzative. Il modo in cui la carne arriva nei nostri supermercati ha radici antiquate e inizia almeno con la costruzione del primo grande mattatoio industriale, le Union Stock Yards a Chicago nel 1865, e da allora il sistema non solo non si è modificato ma si è addirittura amplificato: la produzione di circa cinquanta miliardi di animali l’anno per fini alimentari è la causa basilare di un massacro lento, ma adesso evidente, di ambienti, economie, biodiversità.

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In filosofia si discute da circa un trentennio di come l’essere umano debba immaginare se stesso in futuro, e il suo rapporto con i limiti che emergono, attraverso un meccanismo di azione tecnologica o di deviazione generale dei comportamenti ordinari e diffusi. Il primo approccio è noto come “transumanesimo” il secondo, un po’ più complesso, come “postumanesimo”: l’idea, nomi difficili a parte, però è semplice; se in un caso, il primo, si ipotizza che la tecnologia possa se ben usata sempre e comunque salvarci dai limiti che incontriamo nel corso della nostra evoluzione, gestione del cibo compreso, nel secondo approccio ciò che si ipotizza è che la soluzione stia nello schiacciare il freno e non l’acceleratore. La produzione di carne artificiale, oltre ad avere comunque ancora dei problemi etici che riguardano l’animale di partenza da cui le cellule andranno clonate ha anche il problema, estetico diciamo, di dover costringere a mangiare essenzialmente un prodotto totalmente di laboratorio; ma il dubbio più grande nei suoi riguardi è che si trovi a una fase talmente iniziale e germinale nella sua concezione che rischia di non avere il tempo necessario per affrontare l’enorme problema verso cui andremo in contro.

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Secondo le analisi del World Population Prospects delle Nazioni Unite nel 2050 la popolazione mondiale passerà dagli attuali sette miliardi a una potenziale soglia di dieci miliardi: se non cambiano adesso, ovvero immediatamente, i modi attraverso cui gestiamo l’alimentazione allora i problemi citati lungi da essere risolti andranno amplificandosi. I grandi investimenti sulla carne artificiale tradiscono la preoccupazione generale ma l’approccio, visti i tempi che la ricerca potrebbe richiedere, rischia di essere sbagliato; e qui, ovviamente, torna il punto del postumanesimo: non bisognerebbe piuttosto individuare una soluzione nel cambio di rotta dell’attitudine generale? Il problema con quello che è stato maldestramente chiamato “animalismo” è che lo si è pensato soprattutto come un approccio etico radicale all’eliminazione della sofferenza degli animali: in parte è giusto, nel migliore dei mondi possibili gli animali non dovrebbero mai essere uccisi senza necessità, ma è evidente che bisogna tentare di inquadrare il problema in una cornice più ampia.

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Recentemente ha inaugurato Fico, quartier generale bolognese di Slow Food ed enorme parco di sperimentazione alimentare, eppure facendosi un giro tra fattorie didattiche e alimenti costosissimi non si capisce come tutto ciò dovrebbe non dico risolvere, ma anche solo affrontare il problema globale dell’alimentazione, della malnutrizione, per non parlare dell’inquinamento da Co2. È l’economia, e affinché possa essere prodotta la carne pregiata venduta da Fico, si deve comunque avere la carne a basso costo per la grande distribuzione altrimenti si crea un insopportabile classismo gastronomico che assomiglia alla gestione dell’alta velocità ferroviaria: Torino – Milano è un tragitto di cinquanta minuti, se puoi permettertelo, altrimenti dura due ore.

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L’ideale regolativo dell’alimentazione vegetale su ampia scala, nato effettivamente ai primordi come semplice attitudine etica contro lo sfruttamento animale, sembra invece arrivare dove vorrebbe arrivare la carne sintetica ma con largo anticipo: una potenziale riconversione industriale verso prodotti vegetariani, il dimezzarsi della Co2 immessa nell’ambiente, la fine della coltivazione ad ampia scala per mangimi animali e lo sfruttarsi delle coltivazioni direttamente per nutrire gli umani, una più semplice gestione della distribuzione alimentare su scala globale. È ancora Churchill, ma con circa ottant’anni di evoluzione morale e scientifica in più che mi consentono una parafrasi: «prima o poi sfuggiremo all’assurdità di far crescere un pollo intero, solo per mangiarne il petto o l’ala, facendo crescere alimenti vegetali che garantiscano a noi tutti un ambiente adatto». Certo, resta un problema: il gusto. La carne è più saporita degli alimenti vegetali, e la carne in vitro a questo problema può ovviare come niente al mondo: ma a parte la versatilità sorprendente dei nuovi alimenti vegetali, che come il Quorn consentono sapori prima impensabili, siamo sicuri di volerci assumere il rischio del collasso generale solo per il gusto di una bistecca al sangue?

Farmaci Vegan

Diritti: http://www.vegolosi.it LAURA DI CINTIO

Vaccini e medicinali, Vegan Society chiede più attenzione per vegetariani e vegani

Oltre il 74% dei medicinali in Inghilterra contiene ingredienti di origine animale; il rischio, per la Vegan Society, è che la popolazione “veg” (ma non solo) eviti le prescrizioni mediche. Ecco le richieste in una lettera al Ministero della Salute

Vaccini e medicine adatte anche a coloro che seguono un’alimentazione vegetariana e vegana: è questa la richiesta della Vegan Society, organizzazione fondata in Inghilterra nel 1944 per diffondere la cultura vegan a beneficio degli animali, della nostra salute e dell’ambiente. La richiesta arriva tramite una lettera che l’associazione ha indirizzato al Ministro della Salute britannico Jeremy Hunt, per chiedere di tutelare maggiormente i diritti dei vegetariani e vegani. La richiesta riguarda le medicine e i vaccini che attualmente non risultano adatti a chi segua questo tipo di alimentazione: non di rado, infatti, contengono gelatina e altri ingredienti di origine animale.

Anzi, secondo una ricerca effettuata dal dottor Kinesh Patel – gastroenterologo al Chelsea & Westminster Hospital e presso il Royal Brompton Hospitale -e pubblicata sul British Medical Journal, il 74% dei medicinali prescritti nel Regno Unito non risulta vegetariano o vegano. Una situazione definita “deludente” da Lynne Elliot, amministratore delegato della Vegetarian Society, tenendo anche conto della rapida crescita del mercato vegan degli ultimi anni.

Una situazione pericolosa per la salute

Il vero problema, secondo l’associazione, è la possibilità che gli ingredienti di origine animale impiegati nei medicinali per renderli più stabili durante il trasporto, possa spingere chi abbia fatto una scelta etica o religiosa a non utilizzarli. Un rischio da non sottovalutare, specialmente in un paese come l’Inghilterra dove vegetariani e vegani sono oltre 1,7 milioni e dove non mancano, naturalmente, anche persone che non impieghino derivati animali per motivi di salute legati a intolleranze o allergie. Un altro problema sarebbe poi rappresentato anche dalle etichette poco chiare dei farmaci, che spesso “nascondono” ingredienti animali dietro a nomenclature di difficile interpretazione.

Vegan Society vaccini e medicine vegan

In particolar modo, è la gelatina ricavata dalla pelle di bovini e suini e dalle loro ossa a destare maggiore preoccupazione: la Vegan Society sottolinea come nel 2013 una campagna lanciata in Scozia per vaccinare i bambini contro una forma influenzale particolarmente forte fu bloccata dalla comunità musulmana, per via della gelatina di maiale contenuta nei vaccini. Il rischio, secondo il dottor Patel, è quindi che i pazienti non utilizzino i medicinali che gli vengono prescritti, mentre sarebbe molto facile rendere questi medicinali adatti anche per vegetariani e vegani dal momento che delle alternative “veg” esistono già. Questo, in realtà, vale solo per l’Inghilterra “dopo Brexit” perché, come sottolinea la Vegan Society, non c’è possibilità per un paese membro dell’Unione Europea di modificare i farmaci in questo senso.

Medicine testate sugli animali: la posizione della Vegan Society

Al di là degli ingredienti di origine animale, un altro grande problema per chi abbia fatto una scelta di natura etica riguarda la sperimentazione dei medicinali sugli animaliprima della loro commercializzazione. La posizione della Vegan Society è molto chiara: “I medicinali prescritti dai medici vengono normalmente testati per la prima volta su animali non umani e ciò è inevitabile secondo le leggi vigenti – dichiara l’associazione – Quello che potete fare è chiedere al vostro medico dei medicinali che forse non contengono ingredienti animali. Per saperlo, bisogna controllare il foglio informativo con l’elenco degli ingredienti. Chiedete consiglio anche al vostro farmacista”.

Per quanto riguarda poi l’assunzione di farmaci contenenti ingredienti di origine animale, la Vegan Society dichiara: “Parlate con il vostro medico delle vostre preoccupazioni: non smettete semplicemente di prenderli. Viviamo in un mondo non vegano e potete fare di più per cambiare le cose, in meglio, se siete in buona salute”.

Le richieste della Vegan Society al Governo

In particolare, le richieste della Vegan Society sono tre:

  • scoprire quali alternative animal-free esistono già e iniziare a impiegarle in tutti i settori, laddove possibile;
  • una guida per i professionisti sulla richiesta del consenso quando si utilizzano medicinali di origine animale;
  • una guida per i produttori di medicinali per migliorarne l’etichettatura laddove vengano impiegati ingredienti di origine animale, rendendola simile all’etichettatura dei prodotti alimentari.

Scelte eco sostenibili

La rivoluzione della moda sostenibile sta gradualmente contaminando anche il mondo del design e dell’arredamento, in cui inquilini sempre più esigenti ed iperselettivi coniugano lusso e riciclo, ricerca dell’originalità e scelte cruelty free.

Non lasciamoci fuorviare dalla loro reputazione austera ed inflessibile: sotto la solida scorza di rigore etico, i professionisti della moda cosiddetta cruelty free custodiscono un cuore di effervescente creatività, che di sicuro eccede le aspettative di qualsiasi profano.

Abituati per lavoro a forgiare abiti ed accessori di pregio costituiti da materiali insoliti o di riciclo, la cui caratteristica peculiare consiste nell’evitare rigorosamente ogni possibile brutalizzazione (“cruelty”, appunto) o sperimentazione animale, gli stilisti che aderiscono a questo orientamento sono ben lungi dal rinunciare al lusso e al glamour ma scelgono di perseguirlo con un evidente surplus di originalità, ispirato dalla volontà di minimizzare gli sprechi e privilegiare il risparmio energetico o l’uso di fibre sostenibili.

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La filosofia cruelty free ha contaminato il design e l’arredamento © Ingimage

E se fino a non molto tempo fa la si poteva verosimilmente etichettare come una produzione di nicchia, la tendenza all’abbigliamento cruelty free sta rapidamente riscuotendo una diffusione sempre più ampia e generalista: basti pensare alla celebre ambasciatrice della causa Livia Giuggioli, l’italianissima moglie del premio Oscar Colin Firth, ma soprattutto ad alcuni noti marchi internazionali, da Tommy Hilfiger a Geox, da Stella McCartney a Elisabetta Franchi, che sempre più frequentemente hanno cominciato ad introdurre nella loro prassi aziendale l’uso di materiali alternativi a quelli di provenienza animale (non solo pellicce ma anche piume, pelle o seta).

Inevitabile constatare come una simile rivoluzione sia destinata a contaminare anche il mondo del design e dell’arredamento, a partire dagli stessi protagonisti della moda cruelty free, che, fin dalla loro sfera domestica privata, stanno elaborando una nuova filosofia dell’abitare, in cui la ricerca iperselettiva di originalità e valore estetico comincia ad assumere connotazioni inedite ed eco-friendly.

stilisti

Libreria ottenuta riciclando vecchi tubi

Tra bancali e Feng Shui

Lo stilista di origine romana Tiziano Guardininon ha dubbi circa le caratteristiche della sua casa ideale: “Dev’essere il luogo dell’armonia e della serenità, in cui poter riconoscere noi stessi e ciò che ci rappresenta. Io presto particolare attenzione agli equilibri energetici adottando una disposizione dei mobili conforme ai principi del Feng Shui, ma soprattutto cerco di circondarmi di oggetti unici e personali, creati da me, come un lampadario fatto di aquiloni, comodini ricavati da sedie riciclate e spalliere del letto costruite con i vecchi bancali o pallet del mercato, opportunamente tagliati ed assemblati.

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Per gli stilisti cruelty free la casa è un luogo di armonia e di serenità © Ingimage

Uso tende fatte di cotone o soia e non escludo di creare in futuro dei divani ricoperti della stessaseta “ahimsa” (un particolare tipo di fibra tessile ottenuta senza uccidere il baco n.d.r.) che utilizzo per i miei abiti”.

Gli arredi come racconto autobiografico

“In un mondo già stracolmo di prodotti non abbiamo proprio bisogno di crearne di nuovi – afferma a sua volta Rossana Diana, ideatrice del progetto Venette Waste – ed è di gran lunga preferibile cercare di prolungare il ciclo vitale degli oggetti che già esistono”.
Dunque per ovviare all’arredamento preconfezionato ed impersonale dei negozi di mobili, via libera ai pezzi vintage o di modernariato, abbastanza vissuti da poter raccontare una storia.

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Televisore vintage © Ingimage

“Il mobile più rappresentativo della mia casa è una Egg Chair originale, non rifatta, che ho acquistato personalmente ad un’asta da Bonham’s negli anni ’90 –racconta infatti la stilista– Mi ricorda un’epoca indimenticabile della mia vita: ero appena arrivata a Londra, parlavo un inglese ancora incerto e avevo cominciato da poco a lavorare con Vivienne Westwood. In sala c’era addirittura Bob Geldof in persona interessato a quella stessa poltrona ma, contro ogni previsione, riuscii ad aggiudicarmela io”.

Il sogno della totale autonomia energetica

Di analogo avviso è il designer salentinoDiamond Luisant, la cui haute couture abbonda di richiami storici e teatrali: “Adoro ristrutturare e riadattare mobili antichi, come le credenze in stile barocco leccese che ho collocato nella mia casa tutta bianca, o la porta divelta che ho utilizzato per dipingerci sopra un quadro. Ritengo però che la casa del futuro, oltre ad avvalersi dell’energia pulita derivante da fonti rinnovabili, debba anche diventare totalmente autonoma dal punto di vista energetico, cioè essere capace di soddisfare da sola il proprio fabbisogno individuale”.

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La casa del futuro è autonoma dal punto di vista energetico © Ingimage

Inquilini iperselettivi per un nuovo concetto di lusso

Dunque anche nelle scelte abitative, esattamente come in quelle relative ad abbigliamento ed accessori, la necessità (etica) diventa madre dell’invenzione (estetica), il che risulta tutt’altro che sorprendente se pensiamo ad esempio che l’esortazione all’uso di materiali inconsueti o bizzarri è uno dei più diffusi espedienti di cui perfino le contemporanee scuole per stilisti si avvalgono per stimolare la creatività dei giovani allievi nelle sfilate-saggio di fine anno.

Impegnarsi nella ricerca di nuove fibre o materie prime, recuperare oggetti antichi o addirittura riciclarli modificandone la destinazione ma continuando a perseguire uno standard qualitativo elevato ed esclusivo, come propongono appunto gli stilisti cruelty-free, finisce insomma col modificare e ridefinire lentamente, ma inesorabilmente, i parametri del gusto e del nuovo concetto di lusso.

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Gli stilisti cruelty free diffondono un nuovo concetto di lusso © Ingimage

A tal punto che non è per nulla azzardato ipotizzare che in un futuro neppure troppo avveniristico qualcosa di analogo al sistema di cosiddetto rating etico che la Lav, Lega Anti-Vivisezione ha già cominciato ad applicare ai capi di abbigliamento, possa forse un giorno essere concepito ed applicato, mutatis mutandis, anche agli oggetti di arredo e alle fonti energetiche delle abitazioni.