Smettiamola di mangiare carne: neanche quella artificiale salverà il pianeta

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Produciamo 50 miliardi di animali all’anno per fini alimentari. Con gravi problemi per l’ambiente. la bistecca in vitro potrebbe essere il futuro. Ma basterà?

DI LEONARDO CAFFO – febbraio 2018
Smettiamola di mangiare carne: neanche quella artificiale salverà il pianeta

Si fa presto, troppo presto ormai, a dire “carne”. Nel 1931, in un profetico articolo sul The Strand Magazine, Winston Churchill scrisse che prima o poi saremmo sfuggiti «all’assurdità di far crescere un pollo intero, solo per mangiarne il petto o l’ala, facendo crescere queste parti separatamente in un ambiente adatto». È questa la possibilità intrinseca offerta dalla carne artificiale o, come è meglio conosciuta, dalla carne in vitro: un prodotto di carne animale, dunque non qualcosa che imita la carne (come le bistecche di soia, per intenderci), ma che non è mai stato parte di un animale reale. Ci sono i tecnicismi realizzativi che sono importanti, tipo come si prelevino e nutrano le cellule muscolari che stanno alla base della coltura della carne, ma il punto più rilevante è cosa renda la carne sintetica così davvero interessante anche concettualmente.

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L’etica, prima di tutto, perché è un modo di affrontare l’ormai diffuso dilemma del mangiare o meno animali non in modo privativo, come fanno i vegetariani (non mangiare questo o quello), ma in modo “tecnologista” (mangia ancora questo ma fallo attraverso il processo X e non il processo Y); poi c’è l’ambiente, dato che Nato e Nasa hanno recentemente confermato che l’emissione di Co2 più lesiva per l’ambiente deriva dagli allevamenti intensivi che potremmo eliminare con un’ampia produzione di carne in vitro, e infine c’è l’economia, perché pare che la carne coltivata potrebbe diventare competitiva nei costi di produzione e vendita rispetto alla carne tradizionale nel giro di soli dieci anni. È detto da più parti, a titolo di esempio basti pensare alla straordinaria inchiesta di Martín Caparrós pubblicata da Einaudi nel 2015 con il titolo “La fame”, ma bisogna comunque ricordare che il modo con cui gestiremo il problema globale dell’alimentazione nei prossimi anni coinciderà, probabilmente, col più ampio problema dell’ecologia, del futuro di Homo Sapiens sul pianeta, e ancora più precisamente sul peso che le economie emergenti di India o Cina eserciteranno sommandosi a quelle occidentali nella produzione di alimenti che prima non erano nelle loro diete.

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Ciò che non si dice, ma che segue logicamente da quanto appena detto, è il problema più grande nella gestione delle risorse future riguarda quanto saremo in grado o di cambiare radicalmente alimentazione e meccanismi di produzione conseguenti o continuare ad alimentarci come prima modificando invece le tecnologie realizzative. Il modo in cui la carne arriva nei nostri supermercati ha radici antiquate e inizia almeno con la costruzione del primo grande mattatoio industriale, le Union Stock Yards a Chicago nel 1865, e da allora il sistema non solo non si è modificato ma si è addirittura amplificato: la produzione di circa cinquanta miliardi di animali l’anno per fini alimentari è la causa basilare di un massacro lento, ma adesso evidente, di ambienti, economie, biodiversità.

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In filosofia si discute da circa un trentennio di come l’essere umano debba immaginare se stesso in futuro, e il suo rapporto con i limiti che emergono, attraverso un meccanismo di azione tecnologica o di deviazione generale dei comportamenti ordinari e diffusi. Il primo approccio è noto come “transumanesimo” il secondo, un po’ più complesso, come “postumanesimo”: l’idea, nomi difficili a parte, però è semplice; se in un caso, il primo, si ipotizza che la tecnologia possa se ben usata sempre e comunque salvarci dai limiti che incontriamo nel corso della nostra evoluzione, gestione del cibo compreso, nel secondo approccio ciò che si ipotizza è che la soluzione stia nello schiacciare il freno e non l’acceleratore. La produzione di carne artificiale, oltre ad avere comunque ancora dei problemi etici che riguardano l’animale di partenza da cui le cellule andranno clonate ha anche il problema, estetico diciamo, di dover costringere a mangiare essenzialmente un prodotto totalmente di laboratorio; ma il dubbio più grande nei suoi riguardi è che si trovi a una fase talmente iniziale e germinale nella sua concezione che rischia di non avere il tempo necessario per affrontare l’enorme problema verso cui andremo in contro.

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Secondo le analisi del World Population Prospects delle Nazioni Unite nel 2050 la popolazione mondiale passerà dagli attuali sette miliardi a una potenziale soglia di dieci miliardi: se non cambiano adesso, ovvero immediatamente, i modi attraverso cui gestiamo l’alimentazione allora i problemi citati lungi da essere risolti andranno amplificandosi. I grandi investimenti sulla carne artificiale tradiscono la preoccupazione generale ma l’approccio, visti i tempi che la ricerca potrebbe richiedere, rischia di essere sbagliato; e qui, ovviamente, torna il punto del postumanesimo: non bisognerebbe piuttosto individuare una soluzione nel cambio di rotta dell’attitudine generale? Il problema con quello che è stato maldestramente chiamato “animalismo” è che lo si è pensato soprattutto come un approccio etico radicale all’eliminazione della sofferenza degli animali: in parte è giusto, nel migliore dei mondi possibili gli animali non dovrebbero mai essere uccisi senza necessità, ma è evidente che bisogna tentare di inquadrare il problema in una cornice più ampia.

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Recentemente ha inaugurato Fico, quartier generale bolognese di Slow Food ed enorme parco di sperimentazione alimentare, eppure facendosi un giro tra fattorie didattiche e alimenti costosissimi non si capisce come tutto ciò dovrebbe non dico risolvere, ma anche solo affrontare il problema globale dell’alimentazione, della malnutrizione, per non parlare dell’inquinamento da Co2. È l’economia, e affinché possa essere prodotta la carne pregiata venduta da Fico, si deve comunque avere la carne a basso costo per la grande distribuzione altrimenti si crea un insopportabile classismo gastronomico che assomiglia alla gestione dell’alta velocità ferroviaria: Torino – Milano è un tragitto di cinquanta minuti, se puoi permettertelo, altrimenti dura due ore.

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L’ideale regolativo dell’alimentazione vegetale su ampia scala, nato effettivamente ai primordi come semplice attitudine etica contro lo sfruttamento animale, sembra invece arrivare dove vorrebbe arrivare la carne sintetica ma con largo anticipo: una potenziale riconversione industriale verso prodotti vegetariani, il dimezzarsi della Co2 immessa nell’ambiente, la fine della coltivazione ad ampia scala per mangimi animali e lo sfruttarsi delle coltivazioni direttamente per nutrire gli umani, una più semplice gestione della distribuzione alimentare su scala globale. È ancora Churchill, ma con circa ottant’anni di evoluzione morale e scientifica in più che mi consentono una parafrasi: «prima o poi sfuggiremo all’assurdità di far crescere un pollo intero, solo per mangiarne il petto o l’ala, facendo crescere alimenti vegetali che garantiscano a noi tutti un ambiente adatto». Certo, resta un problema: il gusto. La carne è più saporita degli alimenti vegetali, e la carne in vitro a questo problema può ovviare come niente al mondo: ma a parte la versatilità sorprendente dei nuovi alimenti vegetali, che come il Quorn consentono sapori prima impensabili, siamo sicuri di volerci assumere il rischio del collasso generale solo per il gusto di una bistecca al sangue?

Farmaci Vegan

Diritti: http://www.vegolosi.it LAURA DI CINTIO

Vaccini e medicinali, Vegan Society chiede più attenzione per vegetariani e vegani

Oltre il 74% dei medicinali in Inghilterra contiene ingredienti di origine animale; il rischio, per la Vegan Society, è che la popolazione “veg” (ma non solo) eviti le prescrizioni mediche. Ecco le richieste in una lettera al Ministero della Salute

Vaccini e medicine adatte anche a coloro che seguono un’alimentazione vegetariana e vegana: è questa la richiesta della Vegan Society, organizzazione fondata in Inghilterra nel 1944 per diffondere la cultura vegan a beneficio degli animali, della nostra salute e dell’ambiente. La richiesta arriva tramite una lettera che l’associazione ha indirizzato al Ministro della Salute britannico Jeremy Hunt, per chiedere di tutelare maggiormente i diritti dei vegetariani e vegani. La richiesta riguarda le medicine e i vaccini che attualmente non risultano adatti a chi segua questo tipo di alimentazione: non di rado, infatti, contengono gelatina e altri ingredienti di origine animale.

Anzi, secondo una ricerca effettuata dal dottor Kinesh Patel – gastroenterologo al Chelsea & Westminster Hospital e presso il Royal Brompton Hospitale -e pubblicata sul British Medical Journal, il 74% dei medicinali prescritti nel Regno Unito non risulta vegetariano o vegano. Una situazione definita “deludente” da Lynne Elliot, amministratore delegato della Vegetarian Society, tenendo anche conto della rapida crescita del mercato vegan degli ultimi anni.

Una situazione pericolosa per la salute

Il vero problema, secondo l’associazione, è la possibilità che gli ingredienti di origine animale impiegati nei medicinali per renderli più stabili durante il trasporto, possa spingere chi abbia fatto una scelta etica o religiosa a non utilizzarli. Un rischio da non sottovalutare, specialmente in un paese come l’Inghilterra dove vegetariani e vegani sono oltre 1,7 milioni e dove non mancano, naturalmente, anche persone che non impieghino derivati animali per motivi di salute legati a intolleranze o allergie. Un altro problema sarebbe poi rappresentato anche dalle etichette poco chiare dei farmaci, che spesso “nascondono” ingredienti animali dietro a nomenclature di difficile interpretazione.

Vegan Society vaccini e medicine vegan

In particolar modo, è la gelatina ricavata dalla pelle di bovini e suini e dalle loro ossa a destare maggiore preoccupazione: la Vegan Society sottolinea come nel 2013 una campagna lanciata in Scozia per vaccinare i bambini contro una forma influenzale particolarmente forte fu bloccata dalla comunità musulmana, per via della gelatina di maiale contenuta nei vaccini. Il rischio, secondo il dottor Patel, è quindi che i pazienti non utilizzino i medicinali che gli vengono prescritti, mentre sarebbe molto facile rendere questi medicinali adatti anche per vegetariani e vegani dal momento che delle alternative “veg” esistono già. Questo, in realtà, vale solo per l’Inghilterra “dopo Brexit” perché, come sottolinea la Vegan Society, non c’è possibilità per un paese membro dell’Unione Europea di modificare i farmaci in questo senso.

Medicine testate sugli animali: la posizione della Vegan Society

Al di là degli ingredienti di origine animale, un altro grande problema per chi abbia fatto una scelta di natura etica riguarda la sperimentazione dei medicinali sugli animaliprima della loro commercializzazione. La posizione della Vegan Society è molto chiara: “I medicinali prescritti dai medici vengono normalmente testati per la prima volta su animali non umani e ciò è inevitabile secondo le leggi vigenti – dichiara l’associazione – Quello che potete fare è chiedere al vostro medico dei medicinali che forse non contengono ingredienti animali. Per saperlo, bisogna controllare il foglio informativo con l’elenco degli ingredienti. Chiedete consiglio anche al vostro farmacista”.

Per quanto riguarda poi l’assunzione di farmaci contenenti ingredienti di origine animale, la Vegan Society dichiara: “Parlate con il vostro medico delle vostre preoccupazioni: non smettete semplicemente di prenderli. Viviamo in un mondo non vegano e potete fare di più per cambiare le cose, in meglio, se siete in buona salute”.

Le richieste della Vegan Society al Governo

In particolare, le richieste della Vegan Society sono tre:

  • scoprire quali alternative animal-free esistono già e iniziare a impiegarle in tutti i settori, laddove possibile;
  • una guida per i professionisti sulla richiesta del consenso quando si utilizzano medicinali di origine animale;
  • una guida per i produttori di medicinali per migliorarne l’etichettatura laddove vengano impiegati ingredienti di origine animale, rendendola simile all’etichettatura dei prodotti alimentari.

A chi fa gola il mercato vegano in Italia

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A cura di Alice Facchini, per http://www.internazionale.it/reportage

Una sottile pasta sfoglia arrotolata forma piccoli cannoli farciti con crema di zabaione. Due strati di pan di Spagna racchiudono la confettura di albicocche e si confondono sotto una colata di glassa al cioccolato. Biscotti inzuppati nel caffè si alternano alla crema e costruiscono torri mignon di tiramisù monoporzione. Potrebbe sembrare il paradiso di Willy Wonka, invece siamo a Torino, nella pasticceria Ratatouille, ed è tutto vegano, preparato senza uova, latte o derivati animali.

“È importante dimostrare che essere vegani non è un sacrificio, ci si può godere la vita e apprezzare il buon cibo”, spiega Silvia Voltolini, proprietaria del locale insieme al marito pasticcere, Fabrizio Trevisson. “I dolci vegan non sono solo la tortina all’acqua o la crostatina di carote, esistono anche i babà e la torta triplo strato di panna. È importante far capire che il consumo di un dolce, che in un certo senso è anche un lusso, non deve passare per forza per l’uccisione di un animale”.

Quando hanno cominciato, sette anni fa, il veganismo era ancora poco conosciuto in Italia e c’era diffidenza nei confronti di questa scelta. “Abbiamo dovuto fare tutto di nascosto: pasticcino dopo pasticcino, Fabrizio ha ricreato i dolci classici in versione vegana, senza stravolgerne il gusto, affinché la clientela non storcesse il naso. In un angolino della vetrina avevamo scritto ‘vegan’, in piccolo, ma per fortuna molti non se ne accorgevano, ci facevano solo i complimenti perché i nostri dolci erano più leggeri”.

La scelta vegana
Le ragioni per cui le persone scelgono di passare a un’alimentazione vegana sono tante. C’è chi lo fa per i benefici per la salute, chi perché è contro i maltrattamenti e l’uccisione degli animali, chi per ridurre le emissioni di gas serra, la deforestazione e il consumo di acqua. Qualche numero aiuta a capire queste scelte.

Un rapporto della Fao del 2006 mostra che oggi un quarto delle terre emerse è usata per far pascolare il bestiame, e un terzo di tutti i terreni coltivati serve per produrre mangime per animali. Una dieta vegetariana mondiale potrebbe sfamare 6,2 miliardi di persone, mentre un’alimentazione che comprenda anche solo il 25 per cento di prodotti animali può dar da mangiare a solo 3,2 miliardi di abitanti.

Gli allevamenti sono inoltre un fattore centrale nella deforestazione, soprattutto in America Latina, dove i pascoli occupano il 70 per cento di quella che un tempo era foresta amazzonica. E poi c’è il problema dei gas serra: secondo la Fao gli allevamenti sono responsabili del 14,5 per cento delle emissioni globali, alla pari di auto, treni, aerei e navi messi assieme. Uno studio dell’università di Siena mostra che il 74 per cento delle emissioni mondiali di metano è prodotto dai bovini, ma il loro numero è in aumento.

Per non parlare del consumo idrico: circa un terzo dell’acqua usata in agricoltura è destinata alla produzione di carne, latte o uova. Inoltre, le sostanze chimiche adoperate nell’allevamento – tra cui fertilizzanti, diserbanti, ormoni e antibiotici – inquinano le falde acquifere, così come i liquami prodotti dagli animali.

Eppure, secondo le proiezioni dell’International food policy research institute, la domanda di carne e derivati aumenterà del 60 per cento entro il 2050. I rischi sono tanti: “Con un terzo della produzione di cereali destinata agli animali e la popolazione mondiale in crescita del 20 per cento ogni dieci anni si sta preparando una crisi alimentare planetaria”, scrive l’economista Jeremy Rifkin nel libro Ecocidio.

Un mercato in crescita
Il veganismo è una delle risposte che sempre più persone scelgono per affrontare questa crisi, oppure per prevenire i problemi di salute legati al consumo di carne. È per questo che il giro d’affari legato ai prodotti vegani è in forte aumento, nonostante i vegani in Italia siano diminuiti: oggi sono 540mila, dice l’Eurispes, mentre nel 2017 erano 1,8 milioni. Secondo l’osservatorio Immagino Nielsen Gs1 Italy, questo mercato vale 850 milioni di euro.

“I prodotti vegani ormai sono conosciuti e acquistati anche dagli onnivori che vogliono ridurre il consumo di carne”, spiega la sociologa Francesca Mininni. “Essere vegani è uno stile di vita difficile da mantenere, non tanto per i consumi quanto per la pressione sociale e lo stigma che purtroppo cade su queste persone. Anche per questo, il numero di chi è disposto a definirsi vegano o vegana è in calo, mentre i consumi di cibi vegani aumenta”.

 

Secondo l’indagine Eurisko 2015, i prodotti vegani comprati più spesso sono la panna vegetale, le bevande sostitutive del latte e i piatti pronti a base di soia. Gli acquirenti tipo vivono nell’Italia del nordovest (il 36 per cento), abitano in grandi città (il 13 per cento) e occupano posizioni dirigenziali (25 per cento). Sono prevalentemente donne (58 per cento), tra i 45 e i 54 anni (28 per cento) e in possesso di una laurea (17 per cento).

“La maggior parte delle persone che comprano prodotti vegani lo fa perché è convinta che abbiano effetti positivi sulla salute”, dice Mininni.

Il cibo industriale
Ma i prodotti vegani “trasformati”, ovvero i cibi di origine industriale che troviamo nei supermercati, come hamburger e formaggi vegetali, sono davvero così salutari? Basta leggere le etichette e dare un’occhiata agli ingredienti: additivi, aromi, farina di soia ristrutturata e reidratata, addensanti, glutine, stabilizzanti, amidi e oli vegetali sono usati per ricreare il sapore e l’odore dei prodotti di origine animale.

“Sono spesso ricchi di grassi, e talvolta poveri di sostanze nutritive protettive proprie dei vegetali ‘originali’, anche se non contengono colesterolo né altre sostanze dannose che si trovano nei prodotti a base di carne”, spiega Silvia Goggi, medico nutrizionista vegana. “Va bene mangiarli una volta ogni tanto, ma non bisognerebbe basarci la propria dieta. Si pensa che chi diventa vegano debba mangiare la versione posticcia dei prodotti di origine animale, ma non è così: cereali, legumi, verdura, frutta e frutta secca dovrebbero essere la base di un’alimentazione vegana sana, esattamente come di qualsiasi altra dieta, anche onnivora”.

Tra i cibi vegani che si trovano nei banchi frigo, bisogna poi fare una distinzione tra quelli più elaborati e meno salutari, come i formaggi, alcuni tipi di affettati e hamburger vegetali, e quelli più naturali: “Esistono alimenti che hanno subìto solo trasformazioni minime rispetto alle materie prime originarie, come le bevande vegetali, il seitan, il tofu e il tempeh, che contengono molti più nutrienti, hanno un buon apporto di proteine e calcio, e aiutano a mantenere il colesterolo basso”, continua Goggi.

 - Juj Winn, Getty Images

(Juj Winn, Getty Images)

Anche la Società scientifica di nutrizione vegetariana mette in chiaro che qualunque cibo trasformato è nutrizionalmente peggiore dei suoi ingredienti originali, ma comunque i cibi vegani industriali restano migliori di quelli di origine animale. “Pensiamo a un salame o un hamburger: quelli animali contengono colesterolo e antibiotici, e sono totalmente privi di fibra”, spiega Luciana Baroni, presidente della Società scientifica di nutrizione vegetariana. “Spesso contengono anche ferro che, lungi dall’essere indispensabile, favorisce la comparsa di malattie vascolari, diabete e alcuni tipi di tumore. Solo questo dovrebbe spingere chi ne fa uso a prediligere la variante vegetale”.

Un’altra questione controversa è quella del prezzo: secondo un’inchiesta della rivista francese 60 millions de consommateurs, i prodotti vegani industriali arrivano a costare anche più del doppio rispetto agli altri, nonostante le materie prime di partenza – legumi, cereali, soia – abbiano prezzi irrisori.

“In realtà la dieta vegana è più economica di quella onnivora”, dice Marina Berati, attivista e fondatrice di Vivo – Comitato per un consumo consapevole. “Cereali, legumi e verdura costano meno rispetto a carne, pesce e formaggi: facendo una media settimanale, i vegani risparmiano più del 25 per cento sulla spesa. È vero però che i prodotti da banco frigo sono spesso più cari, in primis perché per adesso sono meno diffusi, e poi probabilmente perché alcune aziende ci speculano”.

Il fiuto delle multinazionali
Attirate da un mercato in crescita, è vero che molte aziende stanno cercando di entrarci. La Granarolo ha lanciato una nuova linea di bevande vegetali sostitutive del latte, la Universo vegano ha aperto in franchising una ventina di fast food vegan, e anche le grandi multinazionali provano a prendersi la loro fetta di mercato: la McDonald’s sta sperimentando il McVegan, il primo panino vegano; mentre la Coca-Cola ha lanciato AdeZ, una linea di bevande vegetali nata per “interpretare le esigenze dei consumatori che richiedono proposte alimentari salutari”, come si legge sul loro sito.

Perfino alcuni grandi colossi della carne e degli insaccati hanno i loro prodotti vegani: la Fratelli Beretta, che produce salumi, ha messo in commercio i suoi primi hamburger vegetariani, la Wuber ha lanciato il wurstel veggie, e lo stesso ha fatto la Citterio. Un caso interessante è quello della Kioene, specializzata nella produzione di hamburger e cotolette vegetali, che però fa parte del gruppo Tonazzo, azienda di macellai.

Il futuro dell’alimentazione è nelle proteine vegetali

Diritti riservati/Fonti citate/Web Search
Fonti:
http://www.fondazioneveronesi.it
http://www.marcobianchi.blog
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Proteine vegetali: ecco gli alimenti che ne contengono di più

Questo è l’elenco degli alimenti più comuni ma anche più ricchi di proteine vegetali perfette per sostituire gli alimenti ricchi di proteine di origine animale.

E’ importante ricordare che, oltre alle proteine, i legumi sono fonti privilegiate di carboidrati complessi (amidi), fibre, che riducono il rischio di alcuni tipi di tumore (colon, mammella e prostata) e contribuiscono all’assorbimento lento da parte dell’intestino mantenendo così stabili per molto tempo i livelli di glicemia nel sangue.

 

Alimenti Proteici (g/100g p.e.) Q.tà
Pinoli 31,9
Arachidi tostate 29
Germe di frumento (composizione media fra germe di frumento duro e tenero) 28
Fave secche sgusciate crude 27,2
Fagioli crudi 23,6
Fagioli – Cannellini secchi crudi 23,4
Lenticchie secche crude 22,7
Mandorle dolci, secche 22
Piselli secchi 21,7
Ceci secchi crudi 20,9
Farro 15,1
Noci, secche 14,3
Crusca di frumento 14,1

 

Nei legumi troviamo anche vitamine del gruppo B, importanti per il sistema nervoso e la formazione dei tessuti, ferro, calcio, magnesio, zinco, potassio. Tutti i valori proteici indicati fanno riferimento a 100 grammi di prodotto.

Proteine v1

Frutti di mare: Io li mangio.

Diritti di proprietà e riservati: http://www.veganoland.com

Ostriche E Vongole, Le Mangereste Se Vi Dicessero Che Non Sono Senzienti?!

Ostriche, vongole…frutti di mare. A quanto pare ci sono, nel mondo, vegani che se ne nutrono senza farsi troppi problemi.

La motivazione?! Ne parla Il Post, dopo un articolo apparso pochi giorni fa sul Munchies, secondo il quale per alcuni vegani la differenza tra questi organismi e le piante è talmente sottile da poter essere ignorata.

Scrive Il Post:

Quelli che chiamiamo “frutti di mare” ovviamente non sono piante: dal punto di vista scientifico sono molluschi bivalvi, animali appartenenti allo stesso phylum dei polpi e delle seppie, ma molto meno intelligenti di questi lontani cugini, dato che non hanno un sistema nervoso centrale. Tutto quello che fanno è aprire e chiudere la propria conchiglia, spostarsi un po’ (a seconda delle specie) grazie a un piede e filtrare l’acqua marina nutrendosi del plancton che contiene. Secondo alcune interpretazioni, i loro movimenti non sono tanto diversi da quelli di una pianta carnivora, in quanto reazioni automatiche agli stimoli esterni. In realtà però non sappiamo se possano provare dolore o meno. Sono sicuramente vivi – come del resto le piante – ma non è certo che siano senzienti.

 

 

Ed è su questo punto che alcuni vegani fanno ruotare le proprie argomentazioni. Le definizioni e le categorizzazioni cambiano mano a mano che la società evolve, e questo vale in tutti gli aspetti della vita, dicono. Scopriamo e comprendiamo sempre più cose del mondo che ci circonda, perché allora dovremmo accettare ciecamente l’idea che i molluschi bivalvi non siano adatti a una dieta vegana?

Inoltre, secondo alcuni, le ostriche vengono allevate un po’ come la verdura: lungo la costa o all’interno di stagni marini, senza danneggiare l’ecosistema marino.

 

 

Riporta ancora Il Post:

Robert Elwood, professore di Comportamento animale alla Queen’s University di Belfast, ha spiegato a Munchies che si può ipotizzare che i bivalvi non provino dolore perché dal punto di vista evolutivo è difficile immaginare che possa costituire per loro un vantaggio. Quando un predatore li attacca, la loro conchiglia si chiude e, nel caso di alcune specie come le capesante, possono muoversi per fuggire, ma questo non implica necessariamente che provino dolore. Anche quando hanno delle reazioni motorie ai danni fatti ai loro tessuti non è detto che stiano soffrendo: potrebbe trattarsi di semplice nocicezione, cioè percezione di uno stimolo che danneggia.

Ciononostante, la famosa associazione animalista PETA è contraria al mangiare i bivalvi, dato che non c’è ancora certezza riguardo al dolore che percepiscono: per non sbagliare, considera che i bivalvi siano senzienti fino a prova contraria.

 

La questione, di per sé, potrebbe non interessare più di tanto. Alla fin fine, se una persona sceglie di diventare vegana, non sono certo le ostriche o le vongole a mandarla in crisi esistenziale. Ma c’è un aspetto, legato ai frutti di mare, che rende utile parlare dell’argomento: le ostriche sono ricchissime della tanto nota e famigerata vitamina B12.

 

 

Help Nichel

In aiuto a chi ha problemi con il Nichel, di Marta Albè http://www.greenme.it

Nichel: 10 alimenti che ne contengono di più

alimenti nichel allergia

L’allergia e l’intolleranza al nichel sono sempre più diffuse. Possono presentarsi sia a livello cutaneo che alimentare. Chi è fortemente allergico o intollerante al nichel potrebbe ricevere dal proprio medico alcune indicazioni sui cibi da preferire, da limitare o da escludere. La maggior parte degli alimenti contiene nichel e una dieta fatta di privazioni e di esclusioni spesso diventa difficile da seguire. Alcuni alimenti contengono nichel più di altri.

Chi ha una forte intolleranza o allergia al nichel, dovrebbe evitare in generale gli alimenti contenuti in scatolette di alluminio e lattine e preferire le confezioni in vetro. Attenzione anche alle pentole in alluminio e alle padelle in teflon. In genere si consiglia di sostituire il più possibile le pentole e le teglie con alternative in vetro pirex. Se l’allergia al nichel non è soltanto alimentare, ma anche da contatto, fate attenzione soprattutto ai gioielli, oltre che ai gancetti, ai bottoni e alle cerniere di abiti, scarpe e accessori.

La tolleranza all’allergene può variare molto da un soggetto all’altro. Di norma chi è allergico o intollerante al nichel a livello alimentare sa quali sono i cibi che è in grado di consumare soltanto in piccole quantità o quali sono gli alimenti che preferisce evitare per salvaguardare la propria salute. Alcuni medici potrebbero suggerirvi di evitare determinati alimenti per un certo periodo. Online sono presenti numerose tabelle che indicano gli alimenti più o meno adatti a chi mal sopporta il nichel, ma è sempre bene valutare con il proprio medico il da farsi e seguire una dieta adatta a seconda delle proprie esigenze e condizioni di salute. Ciò che è certo, è che alcuni alimenti contengono più nichel di altri. Ecco un breve elenco di alcuni degli alimenti che contengono più nichel:

1) Cioccolato e cacao in polvere: il cioccolato è una delle fonti di nichel più concentrate. Il cioccolato fondente ne contiene 2,6 microgrammi per grammo, il cioccolato al latte 1,2 e il cacao in polvere 9,8.

2) Anacardi: gli anacardi contengono 5,1 microgrammi di nichel per grammo. Tra la frutta secca, gli anacardi sono una delle maggiori fonti di nichel, a cui sarà necessario fare più attenzione, soprattutto se presenti in tracce nei prodotti industriali e confezionati.

3) Pomodori e ortaggi: tra gli ortaggi più ricchi di nichel troviamo i pomodori, ma il nichel è contenuti anche in asparagi, broccoli, carote, cavoli, cavolfiori, fagiolini, finocchi, lattuga, sedano, radicchio e altri ortaggi. Sono di solito più tollerati: cetrioli, zucca, zucchine, melanzane e peperoni.

4) Spinaci: anche gli spinaci contengono una certa quantità di nichel, pari a 0,30 microgrammi per grammo e sono tra le verdure da tenere maggiormente sotto controllo in caso di allergia o intolleranza al nichel, accanto a cibi come pomodori e lenticchie.

5) Legumi e frutta secca: chi è allergico al nichel potrebbe dover moderare il consumo di legumi e di frutta secca, con particolare riferimento alle lenticchie, ai ceci, alla soia, alle noci, alle nocciole e alle mandorle. I fagioli rossi, ad esempio, contengono 0,45 microgrammi di nichel per grammo.

6) Frutta essiccata: la frutta essiccata contiene quantità di nichel maggiori rispetto alla frutta fresca. ciò potrebbe dipendere anche dai trattamenti industriali. Tra la frutta essiccata possiamo trovare fichi, uvetta, albicocche e prugne.

7) Bevande: chi è particolarmente sensibile al nichel dovrebbe fare attenzione ad alcune bibite e bevande, con particolare riferimento alla cioccolata, al caffè, al tè e alla birra, ma anche a tutte le bibite contenute in lattina.

8) Cibi in scatola: i cibi conservati possono incrementare il loro contenuto di nichel a causa del materiale del contenitore. Attenzione a lattine e scatolette. Tra i cibi in scatola si possono trovare tonno, carne, legumi, frutta e verdure. Meglio scegliere le alternative fresche o confezionate in altri materiali in caso di allergia al nichel.

9) Cereali: tra i cereali più ricchi di nichel troviamo l’avena, il mais, il miglio e il grano saraceno. Bisogna prendere in considerazione sia i cereali in chicco che le relative farine e i prodotti confezionati che possono contenerle.

10) Frutti di mare e pesce: per quanto riguarda gli alimenti non vegetali, tra le maggiori fonti di nichel troviamo i frutti di mare e il pesce (ben nota fonte di metalli pesanti), con particolare riferimento alle ostriche, al salmone, ai gamberi e alle cozze, ma anche ad aringhe e sgombri.

Alimenti contenenti Nichel

Tra gli alimenti da limitare o evitare, a seconda dei casi, si trovano anche alcuni tipi di latticini, come formaggi fusi, formaggini, yogurt al malto o ai cereali e panna montata; alcuni tipi di dolci, come il marzapane e la liquirizia e tutto ciò che contiene cacao o cioccolato. Attenzione anche al lievito chimico e ai cibi che lo contengono, alla composizione degli integratori di vitamine e di minerali, ai funghi, alla margarina e ad alcuni tipi di frutta fresca, tra cui pere, albicocche, ananas e kiwi, oltre che ai grassi vegetali idrogenati, al dado da brodo, alle patatine fritte e alle gallette di mais o di avena. Il panorama degli alimenti permessi o da evitare è molto variegato.

È forse impossibile seguire una dieta che escluda del tutto il nichel. Può capitare di essere sensibili a certi alimenti, ma di tollerarne bene altri, anche se contengono nichel. Per compiere le scelte migliori, soprattutto nei casi più gravi, è bene rivolgersi ad uno specialista.

Marta Albè