A chi fa gola il mercato vegano in Italia

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A cura di Alice Facchini, per http://www.internazionale.it/reportage

Una sottile pasta sfoglia arrotolata forma piccoli cannoli farciti con crema di zabaione. Due strati di pan di Spagna racchiudono la confettura di albicocche e si confondono sotto una colata di glassa al cioccolato. Biscotti inzuppati nel caffè si alternano alla crema e costruiscono torri mignon di tiramisù monoporzione. Potrebbe sembrare il paradiso di Willy Wonka, invece siamo a Torino, nella pasticceria Ratatouille, ed è tutto vegano, preparato senza uova, latte o derivati animali.

“È importante dimostrare che essere vegani non è un sacrificio, ci si può godere la vita e apprezzare il buon cibo”, spiega Silvia Voltolini, proprietaria del locale insieme al marito pasticcere, Fabrizio Trevisson. “I dolci vegan non sono solo la tortina all’acqua o la crostatina di carote, esistono anche i babà e la torta triplo strato di panna. È importante far capire che il consumo di un dolce, che in un certo senso è anche un lusso, non deve passare per forza per l’uccisione di un animale”.

Quando hanno cominciato, sette anni fa, il veganismo era ancora poco conosciuto in Italia e c’era diffidenza nei confronti di questa scelta. “Abbiamo dovuto fare tutto di nascosto: pasticcino dopo pasticcino, Fabrizio ha ricreato i dolci classici in versione vegana, senza stravolgerne il gusto, affinché la clientela non storcesse il naso. In un angolino della vetrina avevamo scritto ‘vegan’, in piccolo, ma per fortuna molti non se ne accorgevano, ci facevano solo i complimenti perché i nostri dolci erano più leggeri”.

La scelta vegana
Le ragioni per cui le persone scelgono di passare a un’alimentazione vegana sono tante. C’è chi lo fa per i benefici per la salute, chi perché è contro i maltrattamenti e l’uccisione degli animali, chi per ridurre le emissioni di gas serra, la deforestazione e il consumo di acqua. Qualche numero aiuta a capire queste scelte.

Un rapporto della Fao del 2006 mostra che oggi un quarto delle terre emerse è usata per far pascolare il bestiame, e un terzo di tutti i terreni coltivati serve per produrre mangime per animali. Una dieta vegetariana mondiale potrebbe sfamare 6,2 miliardi di persone, mentre un’alimentazione che comprenda anche solo il 25 per cento di prodotti animali può dar da mangiare a solo 3,2 miliardi di abitanti.

Gli allevamenti sono inoltre un fattore centrale nella deforestazione, soprattutto in America Latina, dove i pascoli occupano il 70 per cento di quella che un tempo era foresta amazzonica. E poi c’è il problema dei gas serra: secondo la Fao gli allevamenti sono responsabili del 14,5 per cento delle emissioni globali, alla pari di auto, treni, aerei e navi messi assieme. Uno studio dell’università di Siena mostra che il 74 per cento delle emissioni mondiali di metano è prodotto dai bovini, ma il loro numero è in aumento.

Per non parlare del consumo idrico: circa un terzo dell’acqua usata in agricoltura è destinata alla produzione di carne, latte o uova. Inoltre, le sostanze chimiche adoperate nell’allevamento – tra cui fertilizzanti, diserbanti, ormoni e antibiotici – inquinano le falde acquifere, così come i liquami prodotti dagli animali.

Eppure, secondo le proiezioni dell’International food policy research institute, la domanda di carne e derivati aumenterà del 60 per cento entro il 2050. I rischi sono tanti: “Con un terzo della produzione di cereali destinata agli animali e la popolazione mondiale in crescita del 20 per cento ogni dieci anni si sta preparando una crisi alimentare planetaria”, scrive l’economista Jeremy Rifkin nel libro Ecocidio.

Un mercato in crescita
Il veganismo è una delle risposte che sempre più persone scelgono per affrontare questa crisi, oppure per prevenire i problemi di salute legati al consumo di carne. È per questo che il giro d’affari legato ai prodotti vegani è in forte aumento, nonostante i vegani in Italia siano diminuiti: oggi sono 540mila, dice l’Eurispes, mentre nel 2017 erano 1,8 milioni. Secondo l’osservatorio Immagino Nielsen Gs1 Italy, questo mercato vale 850 milioni di euro.

“I prodotti vegani ormai sono conosciuti e acquistati anche dagli onnivori che vogliono ridurre il consumo di carne”, spiega la sociologa Francesca Mininni. “Essere vegani è uno stile di vita difficile da mantenere, non tanto per i consumi quanto per la pressione sociale e lo stigma che purtroppo cade su queste persone. Anche per questo, il numero di chi è disposto a definirsi vegano o vegana è in calo, mentre i consumi di cibi vegani aumenta”.

 

Secondo l’indagine Eurisko 2015, i prodotti vegani comprati più spesso sono la panna vegetale, le bevande sostitutive del latte e i piatti pronti a base di soia. Gli acquirenti tipo vivono nell’Italia del nordovest (il 36 per cento), abitano in grandi città (il 13 per cento) e occupano posizioni dirigenziali (25 per cento). Sono prevalentemente donne (58 per cento), tra i 45 e i 54 anni (28 per cento) e in possesso di una laurea (17 per cento).

“La maggior parte delle persone che comprano prodotti vegani lo fa perché è convinta che abbiano effetti positivi sulla salute”, dice Mininni.

Il cibo industriale
Ma i prodotti vegani “trasformati”, ovvero i cibi di origine industriale che troviamo nei supermercati, come hamburger e formaggi vegetali, sono davvero così salutari? Basta leggere le etichette e dare un’occhiata agli ingredienti: additivi, aromi, farina di soia ristrutturata e reidratata, addensanti, glutine, stabilizzanti, amidi e oli vegetali sono usati per ricreare il sapore e l’odore dei prodotti di origine animale.

“Sono spesso ricchi di grassi, e talvolta poveri di sostanze nutritive protettive proprie dei vegetali ‘originali’, anche se non contengono colesterolo né altre sostanze dannose che si trovano nei prodotti a base di carne”, spiega Silvia Goggi, medico nutrizionista vegana. “Va bene mangiarli una volta ogni tanto, ma non bisognerebbe basarci la propria dieta. Si pensa che chi diventa vegano debba mangiare la versione posticcia dei prodotti di origine animale, ma non è così: cereali, legumi, verdura, frutta e frutta secca dovrebbero essere la base di un’alimentazione vegana sana, esattamente come di qualsiasi altra dieta, anche onnivora”.

Tra i cibi vegani che si trovano nei banchi frigo, bisogna poi fare una distinzione tra quelli più elaborati e meno salutari, come i formaggi, alcuni tipi di affettati e hamburger vegetali, e quelli più naturali: “Esistono alimenti che hanno subìto solo trasformazioni minime rispetto alle materie prime originarie, come le bevande vegetali, il seitan, il tofu e il tempeh, che contengono molti più nutrienti, hanno un buon apporto di proteine e calcio, e aiutano a mantenere il colesterolo basso”, continua Goggi.

 - Juj Winn, Getty Images

(Juj Winn, Getty Images)

Anche la Società scientifica di nutrizione vegetariana mette in chiaro che qualunque cibo trasformato è nutrizionalmente peggiore dei suoi ingredienti originali, ma comunque i cibi vegani industriali restano migliori di quelli di origine animale. “Pensiamo a un salame o un hamburger: quelli animali contengono colesterolo e antibiotici, e sono totalmente privi di fibra”, spiega Luciana Baroni, presidente della Società scientifica di nutrizione vegetariana. “Spesso contengono anche ferro che, lungi dall’essere indispensabile, favorisce la comparsa di malattie vascolari, diabete e alcuni tipi di tumore. Solo questo dovrebbe spingere chi ne fa uso a prediligere la variante vegetale”.

Un’altra questione controversa è quella del prezzo: secondo un’inchiesta della rivista francese 60 millions de consommateurs, i prodotti vegani industriali arrivano a costare anche più del doppio rispetto agli altri, nonostante le materie prime di partenza – legumi, cereali, soia – abbiano prezzi irrisori.

“In realtà la dieta vegana è più economica di quella onnivora”, dice Marina Berati, attivista e fondatrice di Vivo – Comitato per un consumo consapevole. “Cereali, legumi e verdura costano meno rispetto a carne, pesce e formaggi: facendo una media settimanale, i vegani risparmiano più del 25 per cento sulla spesa. È vero però che i prodotti da banco frigo sono spesso più cari, in primis perché per adesso sono meno diffusi, e poi probabilmente perché alcune aziende ci speculano”.

Il fiuto delle multinazionali
Attirate da un mercato in crescita, è vero che molte aziende stanno cercando di entrarci. La Granarolo ha lanciato una nuova linea di bevande vegetali sostitutive del latte, la Universo vegano ha aperto in franchising una ventina di fast food vegan, e anche le grandi multinazionali provano a prendersi la loro fetta di mercato: la McDonald’s sta sperimentando il McVegan, il primo panino vegano; mentre la Coca-Cola ha lanciato AdeZ, una linea di bevande vegetali nata per “interpretare le esigenze dei consumatori che richiedono proposte alimentari salutari”, come si legge sul loro sito.

Perfino alcuni grandi colossi della carne e degli insaccati hanno i loro prodotti vegani: la Fratelli Beretta, che produce salumi, ha messo in commercio i suoi primi hamburger vegetariani, la Wuber ha lanciato il wurstel veggie, e lo stesso ha fatto la Citterio. Un caso interessante è quello della Kioene, specializzata nella produzione di hamburger e cotolette vegetali, che però fa parte del gruppo Tonazzo, azienda di macellai.

Latte di canapa

starbene.it

Latte di canapa: proprietà e benefici

di Angela Altomare

Non solo di cocco, di soia, di mandorla, di avena. Tra le mamme vip di Hollywood il latte vegetale più in voga è quello di canapa. Gwyneth Paltrow lo usa per preparare i suoi smoothies super salutistici. L’attrice Hilaria Baldwin lo sceglie quotidianamente per la colazione e la merenda dei suoi bambini. Oltreoceano si trova da tempo nei supermercati.

E in varie città sono nati locali specializzati nella vendita di cappuccini, frullati e tè a base di questo “stupefacente” ingrediente. Ma anche in Italia c’è chi ha iniziato a proporlo. Marzio Barcella, barman di Bergamo, lo usa per cocktail e drink analcolici.

Dalla pianta alla bevanda

«Il latte di canapa si ottiene dalla macinazione dei semi di canapa sativa. È una varietà legale e benefica, già utilizzata per ottenere farine, pasta, dolci e olio. Ricco di proteine e di vitamine come la A e la E, è una valida alternativa al latte di mucca non solo per chi vuole variare la dieta in modo sano o ha fatto una scelta vegana, ma anche per gli intolleranti al lattosio. Essendo privo dello zucchero contenuto naturalmente nel latte animale, è più digeribile», spiega Serena Capurso, biologa nutrizionista.

Un aiuto per le ossa

«Il latte di canapa contiene circa il 30% della razione giornaliera raccomandata di vitamina D e una buona quantità di calcio, due sostanze importanti per la robustezza dello scheletro che sono presenti nel latte di mucca ma naturalmente assenti in quelli vegetali (di mandorla, cocco, avena) ai quali vengono di solito aggiunte», spiega la dottoressa Capurso. «Non va poi dimenticato che la bevanda alla canapa è un’ottima fonte di minerali come il magnesio, il potassio e il ferro».

Fa bene anche ai bambini

Il latte di canapa è ricco dei “lipidi buoni” Omega 3 e Omega 6. Ne possiede in quantità maggiori rispetto alle altre versioni vegetali, ecco perché è ok non solo per gli adulti, ma pure per i più piccoli.

«Questi acidi grassi polinsaturi sono preziosi per la salute del cuore, perché aiutano a tenere “pulite” le arterie (riducendo l’accumulo di colesterolo cattivo sulle pareti dei vasi sanguigni) e a regolare la pressione. Inoltre, fanno bene al cervello. Ne garantiscono il corretto nutrimento e contribuiscono a conservare giovani e attivi i neuroni, favorendo l’efficienza mentale», conclude la nostra esperta.


Due drink da fare a casa

Per ottenere il latte di canapa frulla 100 g di semi con un bicchiere di acqua fredda e filtra con un colino. Bevilo subito o usalo (sfruttandone la cremosità) per preparare cocktail salutari. Ecco due ricette firmate dal barman Marzio Barcella.

> Smoothie energizzante: centrifuga 4-5 fragole con 1 arancia sbucciata. Frulla quindi il succo ottenuto per 20-30 secondi aggiungendo 1/2 banana, 3O ml di latte di canapa, 30 ml di latte di mandorla, 2-3 cubetti di ghiaccio.

> Frappé detox: metti nella centrifuga 1 pezzetto di zenzero delle dimensioni di una nocciola, 2 cucchiai di mirtilli con 2 fette di ananas. Unisci poi al succo 50 ml di latte di canapa e 2-3 cubetti di ghiaccio.

Il futuro dell’alimentazione è nelle proteine vegetali

Diritti riservati/Fonti citate/Web Search
Fonti:
http://www.fondazioneveronesi.it
http://www.marcobianchi.blog
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Proteine vegetali: ecco gli alimenti che ne contengono di più

Questo è l’elenco degli alimenti più comuni ma anche più ricchi di proteine vegetali perfette per sostituire gli alimenti ricchi di proteine di origine animale.

E’ importante ricordare che, oltre alle proteine, i legumi sono fonti privilegiate di carboidrati complessi (amidi), fibre, che riducono il rischio di alcuni tipi di tumore (colon, mammella e prostata) e contribuiscono all’assorbimento lento da parte dell’intestino mantenendo così stabili per molto tempo i livelli di glicemia nel sangue.

 

Alimenti Proteici (g/100g p.e.) Q.tà
Pinoli 31,9
Arachidi tostate 29
Germe di frumento (composizione media fra germe di frumento duro e tenero) 28
Fave secche sgusciate crude 27,2
Fagioli crudi 23,6
Fagioli – Cannellini secchi crudi 23,4
Lenticchie secche crude 22,7
Mandorle dolci, secche 22
Piselli secchi 21,7
Ceci secchi crudi 20,9
Farro 15,1
Noci, secche 14,3
Crusca di frumento 14,1

 

Nei legumi troviamo anche vitamine del gruppo B, importanti per il sistema nervoso e la formazione dei tessuti, ferro, calcio, magnesio, zinco, potassio. Tutti i valori proteici indicati fanno riferimento a 100 grammi di prodotto.

Proteine v1

Dottor Luigi Cabras

MA LA FRUTTA FA INGRASSARE?

Ecco cosa rispondo a tutte le persone che incontro e me lo chiedono.

Ma è anche importante conoscere le esigenze della persona che si sta affidando all’esperto.

Obbligare un/una paziente a mangiare qualcosa che non gradisce (o che addirittura detesta) solo perchè “FA BENE” è controproducente. Oltretutto mette il professionista quasi in una condizione di superiorità – “tu mangi questo perchè lo dico io!” – atteggiamento assolutamente libero, ma che non rientra sicuramente nel mio modo di lavorare.

Si potrà seguire l’obbligo per una settimana, due o anche per un mese… Ma alla fine si cadrà nuovamente nelle abitudini che si avevano prima dell’inizio del percorso.

Per non parlare del fatto di pesare le verdure (QUANTE CAROTE DEVO MANGIARE, PERCHE’ HO SENTITO CHE FANNO INGRASSARE…).

Nessun alimento è fondamentale. Ascoltando i gusti e le abitudini del paziente sarà facile stilare un piano il più possibile vicino ai suoi gusti e alle sue esigenze, un piano che non solo lo aiuterà a raggiungere i propri obiettivi ma che sarà il suo NUOVO stile di vita che durerà per tutta la vita.

Iniziare un nuovo stile di vita ci permetterà di esser belli e in armonia (dentro e… fuori).

Il mio supporto per le persone che si rivolgono a me:

✅ Ascolto, comprensione e valutazione delle abitudini e dello stile di vita del paziente

✅ Valutazione della composizione corporea

✅ Consigli nutrizionali e educazione alimentare

✅ Piano alimentare personalizzato rivolto a: sportivi, persone in sovrappeso, in condizioni fisiologiche (gravidanza, allattamento, etc.) o patologiche (diabete, intolleranze/allergie, ipertensione, etc.).

Per appuntamento:

3400679582 (anche whatsapp)

cabras.luigi@gmail.com

(Disponibilitá di consulenze anche on-line)

Frutti di mare: Io li mangio.

Diritti di proprietà e riservati: http://www.veganoland.com

Ostriche E Vongole, Le Mangereste Se Vi Dicessero Che Non Sono Senzienti?!

Ostriche, vongole…frutti di mare. A quanto pare ci sono, nel mondo, vegani che se ne nutrono senza farsi troppi problemi.

La motivazione?! Ne parla Il Post, dopo un articolo apparso pochi giorni fa sul Munchies, secondo il quale per alcuni vegani la differenza tra questi organismi e le piante è talmente sottile da poter essere ignorata.

Scrive Il Post:

Quelli che chiamiamo “frutti di mare” ovviamente non sono piante: dal punto di vista scientifico sono molluschi bivalvi, animali appartenenti allo stesso phylum dei polpi e delle seppie, ma molto meno intelligenti di questi lontani cugini, dato che non hanno un sistema nervoso centrale. Tutto quello che fanno è aprire e chiudere la propria conchiglia, spostarsi un po’ (a seconda delle specie) grazie a un piede e filtrare l’acqua marina nutrendosi del plancton che contiene. Secondo alcune interpretazioni, i loro movimenti non sono tanto diversi da quelli di una pianta carnivora, in quanto reazioni automatiche agli stimoli esterni. In realtà però non sappiamo se possano provare dolore o meno. Sono sicuramente vivi – come del resto le piante – ma non è certo che siano senzienti.

 

 

Ed è su questo punto che alcuni vegani fanno ruotare le proprie argomentazioni. Le definizioni e le categorizzazioni cambiano mano a mano che la società evolve, e questo vale in tutti gli aspetti della vita, dicono. Scopriamo e comprendiamo sempre più cose del mondo che ci circonda, perché allora dovremmo accettare ciecamente l’idea che i molluschi bivalvi non siano adatti a una dieta vegana?

Inoltre, secondo alcuni, le ostriche vengono allevate un po’ come la verdura: lungo la costa o all’interno di stagni marini, senza danneggiare l’ecosistema marino.

 

 

Riporta ancora Il Post:

Robert Elwood, professore di Comportamento animale alla Queen’s University di Belfast, ha spiegato a Munchies che si può ipotizzare che i bivalvi non provino dolore perché dal punto di vista evolutivo è difficile immaginare che possa costituire per loro un vantaggio. Quando un predatore li attacca, la loro conchiglia si chiude e, nel caso di alcune specie come le capesante, possono muoversi per fuggire, ma questo non implica necessariamente che provino dolore. Anche quando hanno delle reazioni motorie ai danni fatti ai loro tessuti non è detto che stiano soffrendo: potrebbe trattarsi di semplice nocicezione, cioè percezione di uno stimolo che danneggia.

Ciononostante, la famosa associazione animalista PETA è contraria al mangiare i bivalvi, dato che non c’è ancora certezza riguardo al dolore che percepiscono: per non sbagliare, considera che i bivalvi siano senzienti fino a prova contraria.

 

La questione, di per sé, potrebbe non interessare più di tanto. Alla fin fine, se una persona sceglie di diventare vegana, non sono certo le ostriche o le vongole a mandarla in crisi esistenziale. Ma c’è un aspetto, legato ai frutti di mare, che rende utile parlare dell’argomento: le ostriche sono ricchissime della tanto nota e famigerata vitamina B12.

 

 

Trovarsi nell’angolo

“Un Coach, un amico, tutti possono dare una mano.

La chiave, in realtà, è portare alla superficie quello che la persona che si trova nell’angolo intimamente sa, ma che ha difficoltà a riconoscere.

Dunque, chiunque sia in grado di far sentire una persona bloccata abbastanza sicura da poter esplorare le proprie vulnerabilità è l’alleato più prezioso su cui contare”.

Nancy Hawley

Può sembrare controintuitivo, ma sentirsi bloccati nella vita è un’opportunità. “Perché se riconosciamo di trovarci con le spalle al muro, abbiamo la possibilità di fare una scelta: accettare la situazione o agire per migliorare le cose”, spiega Nancy Hawley, vice presidente e general manager di Unstuck, il virtual coach nato dall’esperienza di SYPartners, società di consulenza americana specializzata in pratiche per il cambiamento. Lanciata come un app nel 2012, Unstuck aiuta a identificare le ragioni per cui ci si sente bloccati e i modelli di comportamento comunemente associati a questa situazione. “Nella maggior parte dei casi, siamo paralizzati dalla paura di quello che non conosciamo, dalla difficoltà di accettare un cambiamento o dalla preoccupazione di fare degli errori”, prosegue l’esperta che propone dieci idee per trasformare i momenti “no” in un preludio a novità positive.

1) PRENDETE ATTO Il primo passo è riconoscere di essere bloccati. “Siamo disegnati per non pensare al fatto che siamo con le spalle al muro, perché quando ci accorgiamo che c’è qualcosa che non va, sappiamo di dover intervenire. Ma la verità è che questo ci mette davanti alla necessità di confrontarci con le nostre imperfezioni”. Capita, dunque, che per non dover fare i conti con questa ipotesi, preferiamo perderci in distrazioni o in sogni a occhi aperti. “Nelle scienze cognitive e comportamentali, quest’attitudine si chiama “effetto default”: le persone scelgono di non agire e di accettare la situazione”. Prendere atto della realtà anche a costo di ridiscutere quello che si pensa di se stessi, invece, è un formidabile trampolino. “È partendo da qui che possiamo iniziare a cambiare le nostre azioni e le nostre reazioni nella vita”.

2) SIATE SPECIFICI I modi per sentirsi bloccati sono tanti quante le situazioni della vita, ma la radice del problema ha meno a che fare con la situazione contingente e più con il nostro modo di essere. “Per esempio, la mancanza di uno scopo o di significato ci fanno sentire demotivati e, dunque, bloccati. Anche la curiosità, che generalmente è considerata un tratto positivo, ha delle ombre, perché ci distrae in continuazione, impedendoci di focalizzarci sui nostri obiettivi”, fa notare l’esperta. Fra gli altri modi di sentirsi nell’angolo identificati da Unstuck ci sono perdersi nei dettagli di un piano, non desiderare veramente un cambiamento, avere perso l’ispirazione. “Capire esattamente in modo si è bloccati è determinante per poter implementare la strategia giusta”, prosegue Hawley.

3) CAMBIATE PROSPETTIVA Una chiave per dare una svolta alla propria situazione è cambiare la prospettiva con cui si guarda al fatto di sentirsi bloccati. “Fatevi delle domande ed esplorate diverse ipotesi, tipo: come si inserisce questa situazione in una prospettiva allargata? Le cose che credo sono vere? Quali sono la cosa più pazza e la cosa più conservatrice che potrei fare in questo momento?”, propone Hawley. Utilizzare delle domande che permettono di allargare lo sguardo ha anche il vantaggio di contrastare la tendenza alla fissità che si manifesta nei casi in cui ci si sente con le spalle al muro e aiuta ad alleggerire le cose. Pensare a un problema in maniera costante e a senso unico, infatti, fa vedere tutto più nero di quanto sia in realtà.

4) RICONSIDERATE LA NARRAZIONE Una fra le strategie più comuni che le persone mettono in atto per evitare di riflettere su alcuni aspetti della loro esistenza è deviare l’attenzione. “Ci diamo spiegazioni sul perché una cosa o l’altra non avvengano o non funzionino e più lo ripetiamo, più ci troviamo bloccati”, osserva Hawley che, a questo proposito, suggerisce di cambiare il modo in cui inquadriamo la nostra esistenza. “Non sto invitando a cambiare il passato, ma analizzarlo attraverso una lente più positiva, con se stessi come protagonisti e non come vittime di una situazione in cui non abbiamo potuto fare nulla”.

5) ACCENDETE L’INTUIZIONE Per uscire da un modo di pensare consolidato, ci sono cose anche molto semplici e quotidiane che si possono fare: “Camminare, per esempio, perché stimola il pensiero creativo. Lo certifica anche uno studio della Stanford University”, aggiunge Hawley. I ricercatori, infatti, hanno scoperto che l’atto del camminare ha un effetto positivo sulla creatività. Addirittura, le persone che camminano dimostrano livelli più elevati di creatività che si manifestano più spesso nella loro vita, rispetto a chi ha uno stile di vita sedentario. Ma non è tutto: “Anche praticare la gratitudine aiuta, perché contribuisce a costruire autocontrollo. E poi, ancora: sviluppare una mentalità di crescita e meditare regolarmente sono altre azioni che hanno riverberi positivi sull’intuizione”.

6) PARTIRE DALLA ROUTINE “Quando si tratta di passare all’azione, bisognerebbe dividere il proprio piano in piccoli passi, per evitare di sentirsi sopraffatti”, suggerisco l’esperta. Questa strategia ha il vantaggio di generare un circolo virtuoso: “I fatto di portare a termine un obiettivo che ci eravamo prefissi ci solleva innanzitutto dalla cupezza in cui si trova chi si sente con le spalle al muro. E poi, è uno stimolo a continuare nella medesima direzione”. Agire nella propria quotidianità non offre solamente vantaggi tattici, ma anche strategici: “Possiamo lavorare per uscire dall’angolo in relazione a specifici problemi, ma anche trasformare il nostro modo di vivere per un’esistenza più ricca e significativa. In altre parole, aspirare a trasformare quello che c’è di buono in qualcosa di migliore”.

7) EVITARE I CONFRONTI Per quanto sia naturale misurare la propria esistenza in rapporto a quella di altre persone, bisognerebbe evitare di farlo soprattutto quando ci si sente bloccati. Quando le persone si perdono in questo tipo di riflessioni, infatti, sono convinte di essere oggettive, ma la verità è che succede esattamente l’opposto, perché i parametri che utilizziamo nel mettere a confronto le situazioni sono superficiali e ingiusti. Infatti, di solito si rapportano le proprie debolezze con i successi di altre persone.

8 MANTENERE ALTA LA MOTIVAZIONE La motivazione va e viene, anche quando vogliamo intensamente qualcosa. Durante i periodi di bassa motivazione, sapere cosa ci motiva è particolarmente importante, perché ci permette di adattarci alle circostanze. È vero che esistono “motivatori intrinseci”, come il denaro, la voglia di imparare, il fatto di venir riconosciuti o di dare una mano agli altri, ma nell’equazione vanno considerate anche variabili come la grinta, cioè la consapevolezza granitica che qualsiasi cosa si decida di fare, si avrà successo. “Sempre a proposito di motivazione, la gratificazione di affrontare le circostanze nel presente sapendo che premieranno in futuro aiuta, ma lo stesso vale per una mentalità orientata alla crescita che fa aggiustamenti lungo il percorso”, commenta l’esperta che nel conto delle fonti di motivazione aggiunge anche la consapevolezza che si sta investendo nel propio futuro e la gratitudine: “Perché contribuisce costruire il self-control”.

9) RESISTETE ALLE TENTAZIONI Un’azione controproducente per chi vuole rilanciare la propria vita è biasimare gli altri per la situazione in cui ci si trova. “È importantissimo, invece, essere consapevoli del fatto che quello che ci blocca è quello che facciamo, pensiamo, crediamo”, avverte Hawley. L’atto di puntare il dito verso un’altra persona, in particolare, dà la sensazione di aver fatto qualcosa per cercare di risolvere la propria condizione, mentre è vero esattamente il contrario.

10) COMUNICATE Alla voce comunicazione, non c’è un’unica regola. “Alcune persone si sentono meglio a condividere il proprio stato d’animo con gli altri, mentre per altre vale l’opposto”, riflette Hawley. Dire le cose ad alta voce o scriverle, infatti aiuta a chiarire i pensieri e, in certi casi, questo è già sufficiente. “Sapere di avere il supporto e la comprensione di un’altra persona può aiutare a trovare la motivazione e a portare avanti un piano d’azione”, precisa l’esperta. Ma a chi si deve rivolgere quando ci si sente bloccati?

Tutti possono dare una mano. La chiave, in realtà, è portare alla superficie quello che la persona che si trova nell’angolo intimamente sa, ma che ha difficoltà a riconoscere. Dunque, chiunque sia in grado di far sentire una persona bloccata abbastanza sicura da poter esplorare le proprie vulnerabilità è l’alleato più prezioso su cui contare.

DONNE/repubblica.it